martedì 10 ottobre 2017

AAVV - KO Computer [2017]

Fondo azzurrognolo che evapora nel bianco, strisce bluastre, come svincoli uno sopra l'altro di una superstrada, si accavallano e si attorcigliano. In alto a destra e' disegnato il profilo di un aeroplano, in alto a sinistra il logo di King Kong Radio, appena sotto la scritta "12 Artisti italiani omaggiano" e sotto ancora "Ok Computer / Radiohead 1997 - 2017". In basso l'elenco dei suddetti artisti con accanto il titolo del brano interpretato.

Play.

Ne avevo gia' accennato quando ho avuto la fortuna di ascoltarne alcuni brani dal vivo durante il mio brevissimo passaggio estivo per la Capitale. Oggi, a distanza di tempo e dopo numerosi ascolti, sento l'urgenza di scriverne per davvero.

Piccolo preambolo, qualora ve ne fosse bisogno.
"Ok Computer" non e' un album qualsiasi.
Non e' neanche semplicemente un bellissimo album qualsiasi.
"Ok Computer" e' un'anomalia forse irripetibile.
I Radiohead hanno scritto degli album strepitosi sia prima che dopo "Ok Computer", album che hanno aperto strade, che hanno fatto sognare, che hanno coccolato generazioni di animi malinconici, album da pelle d'oca.
Ma "Ok Computer" e' un'altra cosa.
Esagero: "Ok Computer" e' l'album perfetto.
"Ok Computer" ha saputo parlare dell'uomo moderno, delle sue paranoie, della sua alienazione quando ancora credevamo di poter credere in qualcosa, quando ancora non ci rendevamo conto di come la grande disillusione globale ci stesse consumando da dentro.

L'idea di King Kong Radio (gli dei della musica l'abbiano in gloria!) e' coraggiosa: andare a sfiorare l'album perfetto e' un rischio che in pochi prenderebbero, ma forse infondo al cuore tutti vorrebbero trovare il coraggio di farlo, di suonare almeno una di quelle canzoni facendola propria... E' una bella sfida e dodici eroici Italiani la accettano: io, standomene non molto eroicamente seduta in poltrona dall'altra parte del mondo, lo ricevo cosi'.

Motta&Appino.
Cominciano con un arpeggio di chitarra acustica, e un'altra chitarra acustica a sostituire gli archi della melodia introduttiva; tutta l'essenza del brano e' di fatto affidato alle chitarre acustiche, a eccezion fatta del finale elettronico e sghembo. La voce di Francesco Motta, al limite del roco se paragonata a quella di Thom Yorke, si incastra perfettamente all'ambiente tra echi e ritorni.

Diodato.
Il suo e' coraggio allo stato puro, perche' suonare una cover di un brano di "Ok Computer" non e' da tutti ma ancora si puo' fare, ma "Paranoid Android"... la canzone perfetta dell'album perfetto... eppure lui riesce a non sporcarla: non so dire "farla sua" perche' conosco poco o niente della sua produzione (mea maxima culpa), ma certo la sua voce e' una lama e l'uso dell'elettronica e' sapiente, tanto da far quasi dimenticare le chitarre di Jonny Greenwood. Nel finale, quella terza parte che ogni volta e' una stretta allo stomaco, i cori sono sostituiti da un pianoforte, e il brivido non e' intaccato.

Niccolo' Fabi.
Quanti secoli sono passati da "Capelli"?, quante vite?, e io che all'epoca lo avevo preso per una meteora irrilevante (ri-mea maxima culpa)... Anche qui la cover e' acustica, ma questo e' Fabi al cento per cento, che riducendosi all'essenziale esalta la morbidezza di un brano che, per collocazione infelice (ma a qualcuno doveva pur toccare la posizione dopo "Paranoid Android"), si tende spesso a dimenticare ingiustamente.

Colapesce.
L'inizio elettronico da solo fa venire i brividi allo stomaco: la chitarra acustica non e' che un ricordo, ma paradossalmente si materializza come un'eco nell'orecchio di chi (come la sottoscritta) ha consumato il cd comprato alle superiori. I suoni sono ipnotici e ammalianti, forse giusto un po' troppo sovrapponibile all'originale, ma mica ci si sta sovrapponendo con una roba qualunque!

Dimartino&Cammarata.
Perche' c'e' bisogno di rilassarsi di tanto in tanto, e allora ci regalano una versione piano/chitarrina e poco piu', in cui anche le percussioni sono appena accennate, con le due voci che si intrecciano perfettamente per tutta la durata del brano, delicato come una piuma nel vento.

Marlene Kuntz.
Eh loro no, non possono fare una cover sovrapponibile, Marlene e' sempre alla ricerca del nuovo. E qui Marlene esplora il nuovo assoluto nella la prima meta' del brano, mentre lo riveste di essenza-Marlenica nella seconda: Marlene puo' solo snaturare, sempre senza perdere la bellezza, perche' Marlene, ricordiamolo, cerca la bellezza ovunque, anche nella sua controllata follia. Brano di difficile digestione, ma questa e' Marlene.

Spartiti.
La voce di Collini era l'unica che poteva essere presa in considerazione per questo brano; il suo inglese stentato, il suo modo inconfondibile di recitare senza apparente trasporto... Collini, l'uomo che si finge macchina, al posto di una macchina che voleva rappresentare l'uomo moderno. Se i Radiohead avessero conosciuto Collini probabilmente avrebbero affidato la parte a lui. E ho detto tutto.

Adriano Viterbini.
Se non fosse per la collocazione non avrei mai e poi mai riconosciuto il brano, tutto chitarre con un filo di overdrive che si attorcigliano al limitare del southern-rock e dell'arabesco, e una batteria appena sfiorata a dare il tempo. Gradevole in ogni dettaglio.

Iosonouncane.
Cori, cori, cori. Echi e cori. Suoni infiniti che rimbombano da tutte le parti e arrivano confusi a confondere e ipnotizzare. E la paranoia, la paura, sono amplificate allo spasmo, restituite alla loro essenza.

Nada.
La voce degli angeli per un capitolo pesante da decifrare. Ricordo (ce n'e' bisogno?) il senso del brano: c'e' un essere umano stanco della vita e di quelle immagini televisive di perfezione che svuotano l'anima, divorato la finzione del vivere, siccche' vede in un incontro a tu per tu col monossido di carbonio l'unica via d'uscita. E Nada?, Nada col suo sorriso riesce a renderlo un brano gioiso, quasi come se la risoluzione finale fosse paradossalmente il modo giusto di scoprire la felicita'. Che sia voluto o meno e' difficile a dirsi, ma tant'e'.

Cristina Dona'.
Una cover di sole voci per una delle voci piu' interessanti del panorama italico; voci che si sovrappongono una sull'altra e non c'e' bisogno di altro, voci che si attorcigliano nell'aria e liberano l'anima da ogni male. Due minuti e cinquantanove secondi che vorresti non finissero mai.

Paolo Benvegnu'.
Il gran finale non poteva che essere affidato a lui/loro, perche' in giro non c'e' niente di meglio e a quanto pare non sono l'unica a pensarlo. Ed e' anche tematicamente ovvio associare questo brano a lui/loro: rallentiamo, fermiamoci a guardare, ad assaporare, lasciamoci sorprendere da un pensiero e culliamolo qualche secondo, restituiamo valore ai momenti di silenzio immobile... dove corri imbecille?, rallenta!, respira!, torna ad essere Uomo!
La sua voce, le loro voci, l'eleganza degli arrangiamenti, i dettagli su cui soffermarsi: meraviglia, gran finale.

Difficile confrontarsi con questo gioiellino, difficile davvero. Ma che lo si ascolti ancora, ecco, che ci si innamori di nuovo, che ci si lasci trasportare e coccolare, che la dolcezza malinconica dell'originale trovi nuova vita in un mondo che non e' poi cosi' diverso da quello che era stato disegnato; un applauso, un inchino.


Lista delle tracce (serve davvero?)

Airbag - Motta&Appino
Paranoid Android - Diodato
Subterranean Homesick Alien - Niccolo' Fabi
Exit Music (for a Film) - Colapesce
Let Down - Dimartino&Cammarata
Karma Police - Marlene Kuntz
Fitter Happier - Spartiti
Electioneering - Adriano Viterbini
Climbing up the Walls - Iosonouncane
No Surprises - Nada
Lucky - Cristina Dona'
The Tourist - Paolo Benvegnu'

sabato 22 luglio 2017

Montréal

(Sedersi a pranzare con un foglio, una matita e nessuna voglia di fare i conti: ecco che succede...)

Il Quebéc non e' Canada, e' un'altra cosa, ha un altro respiro. Non e' solo una questione di lingua, e' qualcos'altro che fatico a capire ma che sento nettamente. Il loro francese e' strano, spesso non lo capisco: un autoctono con cui parlavo l'altra sera al bancone del posto dove ho cenato (dove per altro ho mangiato un francesissimo Chèvre chaud decisamente notevole) diceva che dal suo punto di vista sono i francesi ad avere un accento strano. Gia'. Storicamente sbagliato, ma che importa?
Con l'inglese e' la stessa cosa, solo che siamo tutti abituati all'accento americano: chissa', magari passando un tempo sufficiente in Quebéc potrei addirittura cercare di capire se l'evoluzione dell'accento e' simile in spirito a quella avvenuta con la lingua d'Albione. E del resto ci sara' qualche linguista che ha studiato la questione ben prima e ben piu' approfonditamente di quanto potrei mai fare io col mio orecchio e i miei pensieri sconnessi.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Dicevo che il Quebéc non e' Canada, ma non e' corretto: il Canada e' talmente vasto ed io lo conosco talmente poco che non e' giusto da parte mia lanciarmi in affermazioni cos' forti. Diciamo che il Quebéc e' profondamente diverso dall'Ontario del sud, affermazione molto piu' debole e oserei dire al limite del tautologico.
E' pur vero che i miei amici Hamiltoniani sostenevano di potersi sentire a casa in tutto il paese tranne che in Quebéc, quindi chissa'.
Quanto a me sento piu' forte il salto tra qui e l'Ontario del sud di quello che ho sentito tra l'Ontario del sud e il Grande Sud degli Stati: buffo, interessante, e' un altro fatto che vorrei capire.
Avere antenati francesi o ingelsi fa davvero cosi' tanta differenza?, il ben noto (e ingiustificato) senso di superiorita' francese e' davvero cosi' forte da sopravvivere per 200 anni a 5000 km di distanza?
Sara' che sono lontana dall'Europa da troppo tempo, ma oggi mi sembra che la somiglianza tra questi e i cugini d'oltralpe sia molto piu' forte di quella tra i nordamericani parlanti lingua inglese e i britannici. Buffo. Va detto anche che non ricordo di aver avuto la stessa sensazione quattro anni fa, durante la mia prima visita qui, ma va pur detto che all'epoca non avevo nessuna esperienza di vita nordamericana e inoltre i miei pensieri erano focalizzati su altro: oggi invece ho voglia e bisogno di guardarmi attorno e pensare.
Forse l'essere una comunita' piu' piccola rispetto a quella anglofona li ha portati ad aggrapparsi con piu' forza alle loro radici. O magari c'entra anche il fatto che il mio airbnb e' al Plateau...

Ma ecco, qui seduta in questo patio in una traversa di rue Sainte Catherine, mi guardo intorno e penso che tutto sommato potrebbe essere una traversa di Queen Street a Toronto, e a malapena noto la differenza. Cosi' come per certi versi il Plateau mi ricorda vagamente James Street North a Hamilton, solo piu' pulita e piu' viva.

Semmai dovessi tornare a casa saro' una persona diversa, una che si orienta in Citta' (maiuscola, quella), per dire. Saro' una che ha imparato il silenzio, una che ha perso il senso dell'orientamento, una che per tre anni ha dimenticato cosa vuol dire sentirsi a casa, sapersi accolti, ascoltati... non dico capiti, quello non e' possibile, l'essere umano non e' fatto per capire un altro essere umano, ma ascoltati... Saro' una che ha dimenticato (se mai lo ha saputo) come si parla, una che ha ascoltato tanto e non ha parlato mai. E chi lo sa, quandanche dovessi tornare a casa o trovarne una nuova, se tornero' a parlare. Qualcuno direbbe che non ho parlato mai e in linea di massima non avrebbe completamente torto ma ecco, diciamo pure che sono peggiorata molto.

Un uomo seduto a un tavolo qui accanto mi guarda. Non ha l'intento di approcciarmi, non e' quello sguardo li'. Mi guarda perche' mi vede sola e pensosa, con gli occhi che a tratti si alzano dal foglio per perdersi nel vuoto, e questa cosa lo incuriosisce genuinamente; magari si domanda cosa ci faccio qui, sola e pensosa, con una birra che si va scaldando al sole, una matita e un pezzo di carta.
Gia'.
Cosa ci faccio qui?
Mi sono persa e non riesco ancora a ritrovarmi.














































































...e comunque vedere un Tim Hortons sparuto sulla strada tra l'aeroporto e il centro mi ha scosso: accidenti quanto sono malinconica di questi tempi!

sabato 15 luglio 2017

Deproducers - Botanica [2017]

Sfondo di un verde chiaro e leggero, come una fogliolina giovane illuminata dal sole. In alto, al centro il numero due, al centro il titolo dell'album, scritto cosi' grande da dover essere mandato a capo, con opportuno trattino, tra la a e la enne: le lettere sono riempite con disegni di fiori, foglie, tronchi d'albero segati in modo da mostrarne le venature. Sotto, piccolo, il nome della band.

Play.

Prendete quattro giganti, metteteli in una stanza e lasciate che la magia avvenga.
E se non vi basta (del resto come potrebbe bastarvi?), fatelo una seconda volta: ecco a voi Botanica.

L'intento, a mio avviso riuscitissimo, dei Deproducers e' quello di re-insegnarci lo stupore verso la realta', dall'universo immensamente grande e lontano alla natura verde che ci circonda, stupore primordiale, vero, sincero, come quando eravamo bambini e guardavamo ad occhi spalancati le stelle di notte o le nervature delle foglie di giorno.
Il primo capitolo di questo "audiolibro" immaginifico era infatti dedicato allo spazio profondo, alle stelle, alle galassie, probabilmente la prima grande fascinazione di un essere umano nel momento in cui impara a guardare fuori e porsi domande... beh, almeno lo fu per me.
Il secondo capitolo, per l'appunto, e' dedicato alle piante, alla loro Vita imperscrutabile, al loro respiro lento e inesorabile.

A dare corpo e colore alle immagini poi, ci pensa la musica.
E che Musica!, scritta e suonata magistralmente, con eleganza: una morbida coperta da cui lasciarsi avvolgere, stordire e ipnotizzare, che i Signori Casacci, Cosma, Marock e Sinigallia (in rigoroso ordine alfabetico) ne sanno piu' di qualcosa su come ammaliare con suoni, ritmi, armonie.

Ecco, giusto un appunto, piu' che "musica da conferenza" come ho letto da qualche parte, vatti a ricordare dove, piuttosto direi "musica da documentario", non per sminuirne l'esattezza scientifica, sia chiaro, ma una conferenza sarebbe troppo tecnica perche' dei non-specialisti come me possano apprezzarne la bellezza, o stupirsene.
Di fatti lo scienziato da ringraziare questa volta e' Stefano Mancuso, che oltre ad essere (leggo in rete) il fondatore della controversa neurobiologia vegetale e' anche un abile TED-talker, perfettamente in grado quindi di comunicare con dei non addetti e farli pensare.

Ma se al primo ascolto ci si sofferma sulla musica, al secondo sui dati scientifici e al terzo sulle loro implicazioni, poi al quarto si ritorna in se stessi e dal quinto in avanti e' di nuovo la Musica, viene da dire scientificamente esatta, ad occupare la nostra attenzione e a farci sognare.

A rischio di ripetermi...
...2017, ottima annata almeno da quel lato dell'Atlantico.


Lista delle tracce

Pianeta verde
Dendrocronologia
Fotosintesi
Radici
Natura psicoattiva
Societa' vegetale
Global seed vault
Sviluppo di un fiore
Vegetazione modulare
Disboscamento
Botanica

lunedì 26 giugno 2017

Paolo Bevengnu' @ Biblioteca Lazzerini - Prato

20 giugno 2017

Zurigo, Barcellona, Sardegna, un rapido passaggio per Roma tra un volo e l'altro: una tournee Europea piuttosto faticosa. Il passaggio per Roma tra Barcellona e la Sardegna e' stato il piu' lungo, ben cinque giorni, un'immensita'.
E poi.
E poi sono venuta a sapere che Benvegnu', dopo l'interruzione forzata avvenuta a fine aprile, riprendera' la sua tournee in giro per lo Stivale proprio durante quei cinque giorni. E non importa dove si tenga questo concerto, non importa neanche che io debba fare un seminario a Torvergata il pomeriggio dello stesso giorno: l'idea di prendere un treno per andarlo a sentire si era affacciato subito alla mente, e la brevissima conversazione di domenica sera mi ha convinta definitivamente.

Un concerto di Benvegnu' e' per me un viaggio nell'anima che va ben oltre la musica. C'e' una sola persona al mondo con cui vorrei tentare di condividere quest'esperienza, ma un volo al mattino dopo rende impossibile la sua presenza: pazienza, sara' per la prossima volta.
Cosi', anche oggi, parto sola.

Un breve scambio di messaggi con l'ottimo Andrea (che si', a questo punto considero un amico) e rimedio un ostello e un invito a cena con il gruppo.
E' quindi con emozione infinita che salgo sul frecciargento in direzione Firenze; l'orrido treno arrivera' in ritardo anche questa volta (che sia una maledizione?) ma da Firenze a Prato i regionali sono frequentissimi e quantomeno non devo prendere un taxi: mi basta aspettare un po', giusto dispiaciuta per il ritardo di venti minuti sulla mia personale tabella di marcia e, soprattutto, sperando di non crear problemi.

Arrivo all'osteria e Andrea e' fuori che mi aspetta, gli altri sono dentro insieme ad un paio di loro amici: uno poi scopriro' essere il fotografo della serata, l'altro e' M., un carissimo amico di Andrea. Tutti mi salutano con caloroso affetto, con baci e abbracci come si fa con gli amici.
Mi sento un po' un'adolescente imbecille ad emozionarmi cosi', ma cerco di non darlo a vedere.
Hanno finito di mangiare e mi sento fortemente in imbarazzo, ma si impegnano molto per farmi sentire a mio agio, Andrea ordina altri tortelli (spettacolari!) e mi fanno un po' compagnia; poi, uno alla volta, la banda si alza per andare a preparare gli ultimi dettagli per la serata, io finisco il pasto e M. mi accompagna all'ostello per fare il check-in e lasciare lo zaino.
Pochi minuti e sono di nuovo in strada, aiutata da Mr. Google (il savio gentil che tutto seppe) a trovare la strada verso la biblioteca.

Lo spazio designato per il concerto e' all'aperto, il palco e' allestito, ci sono sedie ordinate all'uopo, tutte occupate; prendo posto in piedi su un lato. Sulla parete diametralmente opposta rispetto alla mia posizione troneggia un enorme striscione rosso con la scritta "Tu sei un filo passato attraverso la cruna di un ago. Tu sei una trama di momenti accumulati che si ammassa in giorni, notti e anni. Tu sei un rotolo di tela teso dalla nascita alla morte. Tu sei fasciato come un neonato, vestito come una stella e avvolto come un cadavere". Gente interessante da queste parti.
Il tutto mi fa pensare a una situazione casereccia, al limite del familiare: ci sara' di che godere.

Entrano in scena, lui/loro/lui.
Salgono su palco e senza dire una parola parte il fischio iniziale di "Victor Neuer" (piu' nuovo del signor Uomonuovo) e l'incipit e' cantato senza arpeggio, che entrera' solo sulla seconda meta' della prima strofa; e' una dichiarazione di intenti: il moderno Ulisse sta per mettersi(ci) in viaggio, e la sua voce ci prende per mano con garbo, quasi chiedendoci di affidarci a lui. L'arpeggio di Andrea e' bellissimo ma ahime' sono troppo lontana per riuscire a studiarlo con l'attenzione che vorrei.
Poi "Nello spazio profondo" col suo ritmo incalzante, e nonostante il caldo mi trovo per un attimo immersa nella neve di Hamilton, all'incrocio tra Queen e King, nel silenzio, e inizia ad affiorare una sensazione che focalizzero' piano piano durante la serata: il fatto e' che quest'anno il cambiamento in me e' stato reale, ho solo un ricordo nebbioso di cio' che e' stato, e mi appare come una pausa dalla vita, una storia vissuta da un'altra persona, e questo pensiero mi tira fuori un sorriso nuovo.
Segue "Suggestionabili" in versione superrock, che invece sento ancora mia, perche' ancora mi ostino a cercare di capire questo puzzle che in quasi trentaquattro anni non sono mai riuscita a risolvere. Non arriva potente come fu un anno e mezzo fa, ma certo fa venire la pelle d'oca.
E' la volta di "Goodbye planet Earth", con gli splendidi bassi saltellanti di Luca e quella pronuncia forse volutamente sbagliata da far sembrare si tratti di un addio al cuore. E sono io tre anni fa, quando ho salutato quello che era il mio mondo per sfuggire a me stessa; la sensazione pero' non e' di malinconia ma piuttosto di dolcezza nei confronti della me del passato, la me contro cui ho lottato violentemente e che adesso sta forse trovando una pace insperata.
Ci attaccano direttamente "Olovisione in parte terza", con le dita infuocate di Marco che accarezzano la tastiera e le mie orecchie, e capisco che H3+ sara' suonato in ordine, eventualmente saltando qualche brano come e' accaduto con "Macchine"... speravo si sentirla stasera... ok, next time.
E' la volta di "Una nuova innocenza" e penso che adesso il Nostro una figlia ce l'ha davvero e boh?, forse e' solo suggestione, ma nei suoi occhi mi pare di vedere una luce diversa, un senso di benessere che forse non credeva sarebbe prima o poi arrivato. Il finale che ci regalano e' supersonico e mi stringe le budella.
Alla fine del brano una piccola pausa per ringraziare il pubblico e dire due parole. Questo e' il primo concerto vero e proprio dopo Bologna (i tre pezzi suonati l'altra sera a Roma non valgono) e se ne percepisce l'emozione fortissima, la voce che trema: oltretutto Andrea e' di qui, Benvegnu' ha vissuto qui, gli altri sono comunque di zona, qui si gioca in casa, e giocare in casa e' sempre piu' difficile. Ringrazia dunque, e presenta l'ultimo brano, sostenendo di aver trovato ispirazione in alcuni dei presenti...
...e parte "Se questo sono io", che suona inizialmente da solo, con la fida jazzmaster ad accarezzare la sua voce calda e bellissima, per poi lasciar riempire il tutto dal resto del gruppo.
E no Signor Benvegnu' dai, non prendermi in giro, non stai parlando di me, non fare il furbo, non e' vero, non ci credero' mai! Non e' vero che parli di me, di come tre anni fa ho varcato un oceano sperando di ricominciare, di come ho avuto troppa fretta e mi sono persa sempre, di come ho bruciato due anni di vita, di come ho deliberatamente ignorato i miei fantasmi negli inverni Hamiltoniani convinta che bastasse prendere un aereo per rinascere, di come ho pensato troppo presto di avercela fatta, di come ho giocato alla spavalda e mi sono frantumata le gengive. E non sai che in tutto questo contorcimento la tua voce mi ha camminato a fianco tante di quelle volte che quasi ti considero uno di casa: eri li' nella neve, nell'inverno, alla stazione di Toronto, eri li' quelle rare volte in cui ho potuto mettere i piedi nell'oceano...
Due ragazze accanto a me chiacchierano indifferenti; io, stordita, mi domando cosa ci vengano a fare a un concerto se poi devono parlare tutto il tempo, vorrei trovare il coraggio di zittirle ma non ne sono capace e mi limito a fare un paio di passi indietro per allontanarmi dal loro chiacchiericcio.
Come da disco segue "Quattrocentoquattromila", che dal vivo e' piu' entusiasmante che mai e mi strappa un sorriso d'ammirazione; questi musicisti sono dei giganti!, il finale, prolungato fino allo spasmo, non lascia scampo.
E di nuovo, come da disco, segue "Boxes" con la sua cadenza al limitare del blues, il cuore che batte a tempo con i colpi magistrali e potenti di Ciro, le pareti attorno che vibrano, le stelle lassu' che ci guardano: e' un brano molto intenso e Benvegnu' questa sera lo interpreta quasi da attore.
Poi "Avanzate, ascoltate", e di nuovo quella bella sensazione di prima mi assale. Un anno e mezzo fa mi erano bastate poche note per essere catapultata nel passato. Oggi il pensiero va al mio salotto ad Atlanta, alla mia dolce Ofelia che mi aspetta in finestra, al mio pianoforte, silenzioso da settimane, su cui prima di partire provavo ad imparare a suonare questo brano perche' avevo la sensazione che non fosse poi cosi' difficile, che l'avrei potuto fare; solo in un secondo momento realizzo l'essenza profonda del cambiamento avvenuto, e questa chiarezza addolcisce i miei pensieri che si posano, quasi senza che me ne accorga, su di un cappello da pompiere.
E' il turno di "Slow parsec slow" e della sua pace salvifica, a cornice perfetta del mio flusso di coscienza. Il NuovoMondo, il mio mondo nuovo, la luce del Grande Sud che scalda il cuore... ed e' gioia pura, indescrivibile.
L'ultimo brano prima della pausa e' "Il mare bellissimo", un viaggio senza destinazione in cui perdersi, dietro note, e ritmi, e meraviglia, e pensieri, e sensazioni, e le curvature del ghiaccio (gniiiiiiiick!, genio chiunque di voi abbia pensato di mettere li' quel fischio: ogni volta che arrivo a quel punto penso che si', e' proprio il suono del ghiaccio).

Pausa, brevissima.

Tornano in scena e Benvegnu' presenta, con voce lievemente tremante dall'emozione, il brano con cui apriranno l'encore: e' "The tourist" nella versione da pelle d'oca che ho avuto il piacere di ascoltare solo due giorni fa, e che a differenza della versione registrata in KO Computer comincia, stasera come domenica sera, con il ritornello cantato a cappella da Benvegnu', Andrea e Luca. Bellissimo!
Segue "Andromeda Maria", suonata essenzialmente in solitaria, giusto con un morbido tappeto disegnato appena da Ciro, Luca (ai synth, o cosa?, non vedo...) e Marco. Mi sembra di sentirla oggi per la prima volta, ha un calore incredibile, dolcissimo, da piangere.
Torna in scena anche Andrea, Luca torna al basso e ci regalano una versione molto potente di "Solo io e il mio amore" e il suo schiaffo agli indifferenti, ai codardi, agli ipocriti. Alcuni di quelli accanto a me muovono la testa a ritmo, altri accennano un ballo. Io guardo le stelle e mi lascio emozionare.
Siamo al gran finale, "Cerchi nell'acqua" e il suo invito a continuare ad andare sempre avanti, a camminare, a fermarsi quando serve, per respirare, per pensare, per soffermarsi sulle cose belle, e poi proseguire, ancora e ancora, fino alla fine.
Ma no, non era l'ultima, con l'uscita di H3+ il finale non puo' che essere affidato a "No drinks, no food", alla sua armonia degregoriana, al benessere che emana, alla sua dolcezza che e' pace, pace, pace. Chiudo gli occhi, respiro e mentalmente li ringrazio, uno per uno, per questo bel regalo che mi hanno fatto in occasione del mio n-simo giro di boa europeo.
Tre inchini, saluti, ed escono di scena.

Ma il pubblico ne vuole ancora, li richiama a gran voce, cosi' escono, sorridenti, e ci regalano una dolcissima versione di "Hurt" dei Nine Inch Nails che mette i brividi. Tutto il pubblico si e' alzato e avvicinato al palco e io, per vedere qualcosa, salgo in piedi su una panchina di pietra.
Gran finale, non c'e' che dire.
Di nuovo tre inchini, saluti, buio.
Stavolta e' finito davvero.

Li aspetto per salutarli, ringraziarli, complimentarmi.
Un abbraccio ciascuno, un ringraziamento ciascuno, compro anche una maglietta con il 'tian' di H3+ disegnato sopra.

Andrea mi chiede di aspettarlo. Andremo poi a bere sangria con alcuni suoi amici sulla splendida terrazza di una sua amica, un piccolo angolo di paradiso in centro a Prato.
Chiacchiereremo, stringero' nuove amicizie, addirittura cantero' sottovoce "Il mare verticale" e "Smells like teen spirit" accompagnata da Andrea alla chitarra classica.
Avro' occasione di conoscere persone deliziose che spero di rincontrare prima o poi.
Tornero' all'ostello tardissimo, stanca morta, ma felice come una bambina.

Al mattino dopo ho appuntamento in piazza con Andrea per fare colazione assieme.
Vuole coinvolgermi nel suo nuovo disco, per questo aveva tanta voglia di parlarmene: la cosa mi onora a tal punto che, nonostante io dubiti di poter fare davvero qualcosa di buono, accetto la sfida e decido di tentare.
Ascoltero' i provini sul treno verso casa e... beh, se questi sono solo provini non oso immaginare che meraviglia sara' il prodotto finale... e' deciso: mi lancio, e poi vedremo se ne uscira' qualcosa.

E cosi', ancora una volta, grazie.
Grazie amici, grazie, grazie, grazie.

venerdì 23 giugno 2017

KO Computer @ Ex Dogana - Roma

18 giugno 2017

Feisbuc, mostro a sette teste, orrido prosciugatore di umanita', io ti benedico.
Ti benedico perche' conosci i miei gusti musicali, sai ogni giorno in quale angolo di mondo io mi trovi (o mi trovero') e per conseguenza mi fai sapere chi suonera' (o suonera') in un intorno ragionevolmente piccolo della mia persona.

La compilazione "KO computer", per chi non lo sapesse, e' un omaggio di King Kong radio al disco dei Radiohead che scosse il mondo musicale esattamente vent'anni fa; oggi, in occasione del suo compleanno, undici artisti italiani, ne reinterpretano un brano a testa: parliamo di brani schifosamente belli, reinterpretarli e' una gran sfida, ma l'operazione a me pare abbastanza riuscita, del resto la musica italica gode di ottima salute, checche' se ne dica.
Per chi fosse interessato si puo' ascoltare e/o scaricare il tutto da qui.

Due giorni dopo l'uscita della compilazione, King Kong radio organizza in quel di Roma una serata (gratuita) a tema, da principio sperando di avere tutti i musicisti, in seconda battuta accontentandosi essenzialmente della meta', perche' e' estate, perche' ci sono tour da fare, perche' la gente va in vacanza, anche i musicisti. Ma anche avere mezzo disco e' un bel lusso in casi come questo.

Chiamo un caro amico, uno che so potrebbe apprezzare cose come questa, uno dei due che vennero qui, per capirci: decisione dell'ultimo secondo, si va.

Il posto e' carino, siamo in un cortile, c'e' un bar con tavoli e sedie, un biliardino, dei tavoli da ping pong, il palco e' allestito su una specie di balaustra: tutto l'ambiente e' delizioso.
Col mio amico ci sediamo, ci beviamo un paio di birre piccole, chiacchieriamo raccontandoci le rispettive vite come facciamo ogni volta che passo per la capitale.
Sono belli gli amici cosi': durante la mia vita dall'altro lato dell'Atlantico non ci sentiamo praticamente mai, eppure quando sono dentro il raccordo, che sia passato un giorno, un mese, un anno, riprendiamo sempre dallo stesso punto.
Sono fortunata ad avere amici cosi'.

Quando lo spettacolo sta per cominciare ci dirigiamo verso il palco e rimediamo senza troppo sforzo un dignitosissimo posto in quarta fila.

Spengono le luci, accendono i riflettori, la presentatrice sale sul palco e, dopo averci detto quali sono i grandi assenti della serata, fa partire la registrazione di "Airbag" reinterpretata da Motta e Appino: discreto inizio per scaldare gli animi.

Finito il brano invita Diodato (che nella mia ignoranza non avevo mai sentito nominare) a salire sul palco per la sua versione di "Paranoid Android".
Ora.
"Paranoid Android" e' una delle canzoni piu' belle della storia del rock.
Posso dire 'la piu' bella?', non lo so, forse si'.
"Paranoid Android" e' la canzone che vorrei aver scritto io se fossi musicista.
Ci vuole un coraggio estremo per reinterpretare un brano cosi': toccarlo, scalfirlo... sembra un orrido sacrilegio... e nessuna versione potrebbe rendere giustizia all'originale a meno di esservi essenzialmente fedele. O almeno questo credevo.
Diodato riesce nell'impossibile con discreta eleganza guadagnandosi per sempre la mia ammirazione.
Poi gli viene chiesto di suonare un suo brano: mi appunto mentalmente di comprare un CD prima della partenza per le americhe o di farmene spedire uno da amazon.

I grandi assenti sono parecchi e si passa direttamente a "Karma Police", che nella compilazione e' reinterpretata in versione puramente elettronica dalla bella Marlene ma che oggi, causa vacanza, ci viene proposta in chiave acustica dal solo Godano: peccato per l'assenza del Maestro-Tesio, ma anche Godano da solo con una chitarra acustica, in barba al suo polso destro rigido come marmo, riesce a far venire la pelle d'oca.
Dopo "Karma Police", dovendo scegliere un suo brano da regalarci, ci suona "Nuotando nell'aria" e li' io (che sono io) inevitabilmente mi ritrovo a canticchiare il riff della chitarra mancante, che il mio orecchio ne soffre un poco l'assenza.

Poi tocca a "Fitter happier" in un'incredibile versione di Spartiti col testo tradotto in italiano, che solo Max Collini poteva rendere umana quella voce metallica senza snaturarne l'essenza.
Dal loro repertorio ci regalano "Sendero Luminoso" e vedo il mio amico ridere di gusto: ricordo il mio primo impatto con gli Offlaga Disco Pax (un sospiro a Enrico Fontanelli) e immagino che all'epoca anche io avessi la stessa espressione compiaciuta, che noi vecchi pseudocomunisti disillusi abbiamo quantomeno imparato a riderci su.

Poi Nada. Splendida, sorridente, luminosa. Nada e una "No surprises" dolcissima che poco o nulla ha da invidiare all'originale, e noi li', con la pelle d'oca, immobilizzati.
Quando e' il suo turno di scegliere un brano dei suoi, ci confessa "Questa l'avevo pensata a cappella ed e' cosi' che ve la voglio proporre stasera", e incredibilmente canta "All'aria aperta", lasciandoci tutti a bocca aperta, innamorati di quegli occhi da eterna bambina cresciuta.

Il gran finale e' affidato a Benvegnu', che voi (ma voi chi?) lo sapete, e' ultimamente il mio preferito al mondo.
Suona "The tourist", che se qualcuno doveva suonarla mi riesce difficile pensare ad altri, e l'attacco a tre voci con Luca e Andrea lascia senza fiato.
Quanto al suo repertorio ci propone "No drinks no food" e io, immancabilmente, mi ritrovo con gli occhi lucidi in un perverso gioco di specchi uno dentro l'altro, al ricordo di quando lo ascoltavo e ricordavo quando ero altrove e ricordavo altre memorie, e sorridevo al pensiero di me cosi' arrotolata.
Alla fine del brano la presentatrice di King Kong radio gli chiede si suonare un altro pezzo. "Vecchio o nuovo?" chiede, dal pubblico in molti rispondono "Vecchio!", io provo a dire "Nuovo!" ma sono probabilmente l'unica.
Vedo Franchi rivolgersi a Benvegnu' e chiedere "Paolo, che si fa?"; non vedo la risposta, non so cosa faranno, ma non fa nessuna differenza, mi giro verso l'amico che e' con me e dichiaro "Questa colpisce al cuore"; lui domanda "La conosci?"; rispondo "Si', ma non so quale sara'".
Parte "Cerchi nell'acqua". Certo, un brano da fine concerto, il messaggio positivo con cui si saluta.
Sorrido.

Il mio amico torna a casa, io invece voglio salutare Andrea, che da quella notte e' diventato quasi un amico: e' un onore immenso per me poter dire che anche lui mi considera quasi un'amica.
Lo avevo avvisato che ci sarei stata e lui mi ha portato dei cantuccini da Prato che assaggio (e godo) immediatamente, ma che decido di conservare gelosamente per il rientro nelle Americhe, per condividerli con qualcuno che abbia voglia di meritarseli (se mi leggi: altri sacrifici...).
Chiacchieriamo, mi dice di avere un nuovo album in cantiere ma lo fermo: non voglio sapere niente, non voglio rovinarmi il gusto della sorpresa quando lo ascoltero' per la prima volta.
Baci e abbracci anche con Luca, Ciro e Marco: scatta anche una sfida a biliardino Andrea/io vs Ciro/Luca, che finisce in un onorabile pareggio.
Anche Paolo mi vede, mi sorride, mi si avvicina, mi saluta.
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.

martedì 20 giugno 2017

Guns n' Roses @ Letzigrund Stadion - Zurich

7 giugno 2017

Correva l'anno 1990 e avevo da poco compiuto sette anni quando il figlio di amici di famiglia mi sottopose al primo ascolto di "G N' R Lies": la mia "carriera" da pessima musicista dilettante e attenta ascoltatrice di album comincio' quel giorno e i Guns N' Roses furono il mio primo amore musicale, parallelamente a Edoardo Bennato. Ebbene si', in versione ancora acerba (nel caso fosse sfuggito il dettaglio lo ripeto: avevo sette anni!) la mia anima rock e la mia vena cantautorale gia' cominciavano a farsi vedere.

Passarono per Roma nel '92 ma a quell'eta' non si poteva andare a un concerto dei Guns N' Roses: mi e' sempre rimasta una punta di amarezza nonostante mi sia sempre resa conto della ragionevolezza dell'imposizione parentale.

Nel '93, con lo scatto della decina e l'uscita di "In Utero", mi stavo gia' spostatando nella direzione musicale che chi mi legge con attenzione (dai, ci saranno almeno due persone che leggono questi miei scritti?, facciamo tre?) conosce bene, e l'uscita di "The Spagetti Incident?" mi lascio' quasi del tutto indifferente... e d'altra parte esiste forse qualcuno in giro che lo tiene in gran conto?
Per finire la lite tra Axl e Slash con conseguente fine di cio' che ai miei occhi erano in Guns n' Roses fu la pietra tombale del mio primo amore.
Da allora non ho praticamente avuto la piu' pallida idea di cosa fosse stato di tutti loro.
Fino a poco fa.

(Si', lo so che questa storia l'ho gia' raccontata, ma amor di prosa voleva che io la riproponessi: tutto quel che segue pero' e' scritto odierno)

Poco meno di due anni fa, in quel di Hamilton (ON) a cinque minuti a piedi da quella che era casa mia, venne a suonare Slash, ormai gigante fuori tempo massimo: nessuno, allora, avrebbe potuto prevedere una rappacificazione tra lui e Axl e pensai che vedere anche solo uno dei due fosse per me un accettabile di premio di consolazione.

Poi.

Poi pero' capita che devo farmi una delle mie tournee' in Europa, e capita che io debba passare anche per Zurigo (CH) quattro giorni a lavorare con un carissimo amico, e capita che poco prima della mia partenza io riceva notizia che tutti i G N' R degli anni del mio innamoramento - beh, Axl, Slash, Duff e Dizzy - suonino proprio in quel di Zurigo (CH), proprio mentre io sono li', e capita che il mio amico sia a tutt'oggi di ascolti assai tamarrock.
Allora ci si consulta rapidamente via skype.

- Che facciamo?, sono 176 franchi svizzeri perdio!
-Vero, ma questa occasione non ricapita...

A nulla valgono due dottorati in matematica quando si ha un desiderio infantile da realizzare, non esistono argomentazioni logiche, c'e' solo voglia di andare: ciascuno cerca nell'altro la razionalita' necessaria per dire di no, ma e' una ricerca vana.
E' un romanticismo profondo quello che ci spinge alla fine a svuotare il conto in banca; non avrei mai preso un treno apposta per i G N' R, forse addirittura non sarei andata neanche se fossero venuti ad Atlanta in un posto raggiungibile a piedi, o comunque ci avrei pensato; ma ecco, l'idea che un viaggio di lavoro si trasformi per incanto in un'occasione irripetibile da vivere con uno degli amichetti del cuore ha un fascino a cui nessuno dei due sa resistere.
E' deciso, si va.

Arrivati allo Stadio siamo catapultati direttamente alla fine degli anni ottanta: giacche jeans strappate, magliette sbiadite per essere rimaste trent'anni in un armadio, bandane, borchie, occhiali da sole.
Io sono gia' emozionata.
Entriamo e suona il primo dei gruppi spalla, c'e' pochissima gente e ci prendiamo il tempo per comprare anche noi una maglietta che indosseremo sopra il maglioncino (fa freschino a Zurigo accipicchia!), poi scendiamo sul prato dello stadio cercando di avvicinarci il piu' possibile al palco.
Il primo gruppo spalla se ne va nella piu' totale indifferenza degli astanti.

Viene piazzata un'altra batteria sul palco.
Il mio amico, tamarrock si', ma evidentemente digiuno di concerti, pensa che ormai ci siamo e tutto sommato pensa sia normale che lo stadio sia mezzo vuoto dato che siamo in Svizzera e domani e' giorno lavorativo.
Ah, beata innocenza.

Il secondo gruppo spalla sono i The Darkness.
Chi?
Il mio amico tamarrock li riconosce subito, io ci metto un po' di piu'.
Gli inglesissimi The Darkness, gruppo self-called rock che all'inizio degli anni zero aveva avuto un discreto successo su empty-vi con un paio di canzoni per poi svanire essenzialmente nel nulla.
Il mio amico ed io ridiamo come pazzi ad ogni gorgheggio del cantante, che a un certo punto addirittura si mettera' in verticale ad aprire e chiudere le gambe come una forbice. Mi guardo intorno e noto essenzialmente due categorie: quelli che ignorano il palco e quelli che ridono.
Ad un certo punto il cantante, piccatissimo, ci manda tutti a quel paese "Siamo qui per scaldarvi ma se voi non ballate o battete le mani non arriverete mai carichi per i Guns N' Roses... Fottetevi!"
Il suo tentativo resta pressocche' ignorato.
Chiudono il loro momento inglorioso con quello che era stato il loro brano di successo.
Chissa' che male ha fatto il mondo per meritarsi i The Darkness.

Se ne vanno senza salutare tra le grida della folla.
Lo stadio si va riempiendo.
Salgono i tecnici, smontano e rimontano.
Sugli schermi, uno al centro e due ai lati del palco, viene sparato un filmato con lo storico logo circolare che gira e vari tipi di armi da fuoco (dalla classica rivoltella del logo a fucili di varia fattura) che sparano. Tecnologia audiovisiva moderna sfruttata da gente che ha il cervello negli anni ottanta.
Fa quasi tristezza il pensiero.

Poi, dopo un tempo che pare interminabile (ma sono solo le sette e quaranta), quando ormai lo stadio e' gremito (sold-out!, altro che svizzeri!), i tecnici scendono, le pistole sullo schermo sparano un ultima volta, calano le luci e poi... e poi via, entrano Axl, Slash, Duff, Dizzy, il giovane batterista e la bella tastieristina.
Il mio cuore e' gia' andato.
Attaccano con "It's so easy" e io gia' canto a squarcia gola. Axl e' un cicciottone ma la voce ancora c'e', giusto un filo piu' sporca e bassa. E non ne sbaglia una.
Segue a ruota "Mr. Brownstone", e se sul momento fa ridere vedere 'sto panzone che fa le mossette-sexy come quando era un bel ventenne, dopo un po' non ci fai piu' caso: quello e' Axl che mette un braccio intorno alla spalla di Slash e tu (io) hai di nuovo otto anni e stai di nuovo sognando tutto un mondo di possibilita'.
Suonano un brano che non conosco, immagino da Chinese Democracy e... bah, buon tamarrock non c'e' che dire, ma tutti quanti vogliamo sentire altro.
I Nostri ovviamente lo sanno, quel brano li' serviva a far salire la tensione, perche' dopo l'applauso di rito ma chiaramente freddino Axl chiede urlando "You know where you are?"... e si' che lo sappiamo!, "Welcome to the jungle" scuote lo stadio: per aprire la propria carriera con un brano come questo ci voleva una spavalderia non indifferente.
Poi "Double talkin' jive" e Slash, che fin qui era stato tutto sommato tranquillo, ci regala un assolo in coda lunghissimo e da brividi.
Bisogna di nuovo allentare la tensione e suonano un altro brano che non conoscono, ma e' un soffio, va via cosi' senza accorgersene, e poi, introdotta un dolce accordo di settima minore, parte "Estranged".
Ora.
"Estranged" e' una di quelle canzoni 'per sempre', se si capisce cosa intendo.
Mi ricordo il video da cui traspariva tutta l'inquietudine di Axl, la sua infanzia negata, la sua stanchezza... ricordo l'assolo di Slash come un cristo sulle acque... avevo nove anni, non potevo capire un verso come "old at heart but I'm only 28", ma anche allora era la mia preferita (si vede che la propensione ai Joy Division l'avevo gia', seppur in forma embrionale) e stasera, gia' sulla prima strofa - quella si', la capivo anche all'epoca - mi scendono le lacrime e resto li', immobile, senza neanche la forza di cantare. Penso che Axl gia' allora sapesse che non potevano andare avanti a lungo, che erano stanchi, svuotati... faceva lo sbruffone lui, ma era un pulcino con la maschera da leone.
Sono stordita.
Mi servirebbe una gran forza di volonta' per asciugare le lacrime e non perdermi su una pericolosissima strada di pensieri pesanti, ma ci pensano loro con "Live and let die", a cui oggi come allora regalano una potenza che Sir Paul non avrebbe potuto immaginare: del resto i Guns N' Roses sono stati (sic) la piu' grande cover-band della storia.
Segue "Rocket queen" e no, non vogliono farci mancare niente stasera: non era tra le mie preferite, ma stasera vale tutto. Certo niente di comparabile al modo in cui mi parte il cuore quando subito dopo la batteria attacca in solitaria quel ritmo inconfondibile che tutti noi associamo immancabilmente all'ex governatore della California... turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa... e "You could be mine", che un anno e mezzo fa mi aveva sferzata con la sua potenza, oggi, con Axl, Slash e Duff insieme sul palco, e' semplicemente una magia.
Ho bisogno di riprendere fiato, tutti siamo troppo storditi, e come per rispondere a una richiesta silenziosa, suonano due brani che non conosco, giusto per lasciarci rimettere insieme tutti i pezzi.
Poi.
Poi Axl fa una specie di verso per schiarirsi la voce, ma non e' un verso qualsiasi, e' quel verso, quello che poi ci vorrebbe un cinguettio di passerotti, e gia' cosi' lo stadio esplode.
"Civil war", la prima canzone che io abbia mai cantato in pubblico.
E canto con tutta la voce che ho in corpo, canto per quella bambina che voleva farlo venticinque anni fa, canto per questa donna che non riesce a lasciar andare la bambina e forse non lo fara' mai.
Segue un'altra cover, "Black hole sun", e non riesco a decidere se apprezzo la scelta o la trovo di cattivissimo gusto, ha l'aria della ruffianata e mi irrita un po', ma giusto un filino: infondo sono dei veri tamarri, non e' che gli si possa chiedere delicatezza e contegno.
E con ancor piu' cattivo gusto per la scelta dell'ordine in scaletta attaccano "Coma". Alzo un sopracciglio e un minuscolo pezzetto del mio rispetto nei loro confronti se ne va.
Segue un lunghissimo assolo di Slash, uno di quelli che ti fanno ringraziare gli dei del rock: ruvido, sporco, da vero zappatore d'altri tempi, ma e' proprio in questo che ha il suo bello. E come faceva gia' quando poteva permettersi di suonare a petto nudo (oggi per fortuna ci risparmia) ci mette in mezzo la musica de "Il padrino", con la sua Gibson rigorosamente mantenuta in posizione verticale.
Brividi.
Ed e' sempre lui a dare il via al brano successivo, con uno dei giri piu' famosi della storia del tamarrock... ed e' "Sweet child o' mine", quella che cantavamo da bambini in garage, nella primissima band di cui io abbia mai fatto parte, che ovviamente era una cover-band dei G N' R. E poi ancora "My Michelle", che con quella di Sir Paul non c'entra un accidente!
Sospetto che le ultime due siano state un grosso sforzo per le corde vocali di Axl perche' di nuovo lascia spazio ai due chitarristi (l'altro e' Richard Fortus) per una versione strumentale di "Wish you were here" che fa venire la pelle d'oca: Fortus e' tecnicamente piu' preparato di Slash, piu' pulito, piu' veloce, piu' elegante.
Ma Slash ha quel modo caldo e lurido che e' solo suo e che ti (mi) lascia senza fiato.
Alla fine del lungo brano strumentale torna Axl e si siede al piano.
E devo davvero dire cosa sta per succedere?
Da bambina il pianoforte introduttivo di "November rain" mi avvolgeva come una calda coperta. Anche di questa ho netto il ricordo del video, Slash a gambe larghe che esce dalla chiesa per suonare l'assolo fuori, in mezzo a un deserto dall'aria texana, la pioggia che comincia a cadere, il finale doloroso... e stasera tutto questo torna a galla come se non avesse aspettato altro per 25 anni.
E poi?, poi ci vuole "Knocking on heaven's door", cover talmente particolare e famosa che certi ignoranti - come me - non riescono piu' ad associarla a Bob Dylan. Il finale e' prolungato al limite della perversione, ma ci sta.
Poi "Nightrain", per non tornare mai piu', perche' questa notte non finisca mai.

Pausa.
Brevissima.

Tornano ed e' "Don't cry", la prima canzone che io abbia mai suonato alla chitarra.
E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: anche questa mi strappa dei bei lacrimoni.
Poi "Whole lotta Rosie", che Axl dedica al suo cagnolino morto di recente: gran pezzo, gran cover.
Sappiamo tutti a quale canzone sara' affidato il gran finale, sappiamo tutti che quando sentiremo Sol-Do-Fa-Do-Sol questa sospensione del tempo sara' finita, vorremmo tutti ritardare quel momento ma e' inevitabile. Quando i famigerati cinque accordi vibrano, tutto lo stadio canta all'unisono "Take me down to the Paradise city/where the grass is green and the girls are pretty/oh won't you please take me home".
Fuoco sul palco e coriandoli sparati sul pubblico accompagnano il finale, gli inchini, i saluti, la definitiva uscita di scena.
Sono le dieci e mezza.
Hanno suonato quasi quattro ore.
Massimo rispetto.

Il mio amico ed io torniamo a casa ubriachi di rock e di infanzia.
Felici.

martedì 16 maggio 2017

Playlist del giorno

1. Mad World [G. Jules (Tears for Fears cover)]
2. L'innocenza [Scisma]
3. How to disappear completely [Radiohead]
4. Everybody hurts [R.E.M.]
5. Suggestionabili [P. Benvegnu']
6. Macchine [P. Benvegnu']
7. Stefan Zweig [P. Benvegnu']
8. Amen [Marlene Kuntz]
9. Sally [F. Mannoia (V. Rossi cover)]
10. Smells like Teen Spirit [Equilibrio Instabile (Nirvana cover)]
11. Se questo sono io [P. Benvegnu']



(...frammenti di un puzzle che - ancora - non prende forma)