lunedì 16 aprile 2018

Snow in Damascus! - Unconscious Oracle [2018]

Sfondo grigio-bluastro. Al centro, in un cerchio, il disegno psichedelico della testa di una persona, che con le mani tiene un cubo con una specie occhio disegnato su un lato, come se attraverso quell'occhio egli potesse vedere. E altri cubi fluttuanti attorno, e alberi sottosopra, le cui radici affondano nel cielo. Il nome del gruppo e' in alto, il titolo dell'album in basso, tutto scritto in stampatello.

Play.

E' parecchio tempo che non riesco a trovare niente che riesca ad entusiasmarmi abbastanza da volerne scrivere; mi rendo conto che verosimilmente il motivo va ricercato non in una pessima annata per la musica mondiale, ma piuttosto in questa strana fase interlocutoria che sto attraversando e che mi sta un po' facendo perdere l'orientamento... ma sto divagando, tanto per cambiare.

Ma poi arriva questa perlina italica ed eccomi di nuovo qui, su queste pagine, a scrivere.
Perlina, sissignore, e il suo essere gioiello non dovrebbe sorprendere: missato da un certo Pazzaglia, con un certo Fiorucci alla batteria e un certo Lazzeri a fare una comparsata... insomma, gente che da anni si e' guadagnata la mia piu' completa fiducia musicale per i loro squisiti contributi ad alcune tra le opere piu' pregevoli che siano uscite dallo Stivale, e se personaggi cosi' decidono di mettere lo zampino in qualcosa... beh, questo qualcosa stuzzica la mia curiosita' e si aggiudica quantomeno una benevolenza preliminare: il resto poi, lo fa l'ascolto, anzi, gli ascolti.

Perche' questo bel lavoro ne merita piu' d'uno di ascolto, possibilmente in cuffia, in poltrona, col giusto tempo e la giusta attenzione.

Si tratta di un album malinconico e sognante, sospeso come in una nuvola, in cui ogni nota riverbera di eco interminabile: album elettronico eppure al limite del Floydiano, se mi e' concesso l'accostamento, in cui e' facile perdersi.
E' un abbandono consapevole, un lungo saluto a una parte di se' che bisogna lasciar andare, un addio necessario, per certi versi sereno, ma non per questo facile o meno emozionale.
D'altra parte forse anche la scelta di cantare in lingua d'Albione ci aiuta a rimanere sospesi in un fluttuare etereo: le voci poi, esse stesse sembrano venire da un altrove dove non c'e' dolore.
Ma sia chiaro, al di la' della scelta linguistica e' un album di sensibilita' profondamente italica.

Suggerisco inoltre di munirsi di un poderoso paio di cuffie per apprezzare fino in fondo quegli arpeggi morbidi ed ipnotici, quei tappeti avvolgenti, quei ritmi mai banail, e soprattutto quei dettagli minuscoli che fanno un ricamo pregevole al tutto.

Insomma, ancora una volta la mia fiducia musicale si e' rivelata essere ben riposta.


Lista delle tracce

Unconscious Oracle
Vultures
Fade Away
Still Astral Trip
No Details
Will
Guilty Brain
Cherry Tree
Falling Upwards

mercoledì 14 febbraio 2018

Glenn Branca - Symphony no. 13 (Hallucination City) for 100 guitars

Sfondo marroncino, di quel marrone che ricorda non a caso i palchi dell'Auditorium "Parco della musica" di Roma. L'immagine e' divisa in tre parti: in alto semplicemente lo sfondo, al centro lo sfondo e le scritte, a caratteri enormi, una sopra l'altra "Branca" e "Symphony no. 13", in basso un'immagine del palco della Sala Petrassi con i musicisti seduti in attesa che cominci lo spettacolo.

Play.

Il 28 febbraio 2008 (no, non e' vero, non sono passati dieci anni, e' solo un'illusione ottica... merda!) io ero li', all'auditorium, con il mio ragazzo dell'epoca; ricordo che entrando le signorine ci diedero della cera da mettere nelle orecchie; ricordo che giocherellai con quella cera per l'intera serata senza mai usarla per il suo scopo originario, e successivamente rimase nella tasca della giacca per tempo immemore prima che mi rendessi conto che sarebbe stato il caso di buttarla; ricordo dove ero seduta; ricordo di aver pensato che la sala era immeritatamente vuota, che quel palco faceva impressione con tutte quelle chitarre; ricordo che tornando a casa ero entusiasta, allucinata, felice; ricordo che ci fermammo in un bar per una birra e incontrammo un mio ex compagno di classe delle superiori, uno che al tempo faceva il bullo con me e io lo temevo molto, e che quella era strafatto in modo brutto, che mi abbraccio', che mi chiese scusa, che mi racconto' la sua vita, che mi fece una pena infinita; ricordo che quel concerto fu musicalmente uno spartiacque, almeno per me.
Questo e' cio' che ne scrissi il giorno dopo:

se la fine del mondo ha un suono, questo è il suono della fine del mondo.

questo pensiero ha attraversato la mia testa sistematicamente per tutta la durata del concerto mentre a tratti avevo quasi l'impressione che ci fossero dei pianoforti alla Schoenberg, dei violini, un organo... ma no, solo chitarre... tante che tutte insieme così non si erano viste mai... e tu chiudevi gli occhi e sentivi di tutto: c'era il terremoto, un treno che entrava in una galleria, un aereo in volo, clacson impazziti in mezzo a vetri in frantumi e case in fiamme...

Buffo rileggersi a tanta distanza.
Ancora piu' buffo scoprire che un paio d'anni fa, dopo piu' di otto anni, e' stato rilasciato un cd con la registrazione di quella serata: potevo forse esimermi dall'acquisto?

E cosi' mi ritrovo a scrivere di nuovo.
Perche' poche cose stordiscono come un album di Glenn Branca.
Quattro brani, quattro movimenti, quattro bombe soniche che ti scartavetrano le orecchie.
Ottanta chitarre elettriche distorte e stonate, venti bassi, e quella batteria da sola che tiene il tutto con il suo ritmo macabro. Ottanta chitarre elettriche che non lasciano respiro.
E' l'alienazione di una Gotham City senza supereroe, scura, sovrastata da nubi opprimenti, dove la salvezza non e' neanche piu' un ricordo.

Ovviamente l'esperienza dal vivo aveva una forza di allucinazione collettiva che su disco si perde un minimo (ma giusto un minimo) e verosimilmente il mio ascolto, coaudiuvato dalla memoria, e' diverso da quello di qualcuno che quella sera non ha potuto esserci.
Ma ecco, se volete (ma voi chi?) dargli una chance sedetevi in poltrona, infilate il disco in uno stereo, alzate il volume al massimo e chiudete gli occhi: la fine del mondo non sara' mai stata cosi' emozionante.


Lista delle tracce

March
Chant
Drive
Vengeance

martedì 10 ottobre 2017

AAVV - KO Computer [2017]

Fondo azzurrognolo che evapora nel bianco, strisce bluastre, come svincoli uno sopra l'altro di una superstrada, si accavallano e si attorcigliano. In alto a destra e' disegnato il profilo di un aeroplano, in alto a sinistra il logo di King Kong Radio, appena sotto la scritta "12 Artisti italiani omaggiano" e sotto ancora "Ok Computer / Radiohead 1997 - 2017". In basso l'elenco dei suddetti artisti con accanto il titolo del brano interpretato.

Play.

Ne avevo gia' accennato quando ho avuto la fortuna di ascoltarne alcuni brani dal vivo durante il mio brevissimo passaggio estivo per la Capitale. Oggi, a distanza di tempo e dopo numerosi ascolti, sento l'urgenza di scriverne per davvero.

Piccolo preambolo, qualora ve ne fosse bisogno.
"Ok Computer" non e' un album qualsiasi.
Non e' neanche semplicemente un bellissimo album qualsiasi.
"Ok Computer" e' un'anomalia forse irripetibile.
I Radiohead hanno scritto degli album strepitosi sia prima che dopo "Ok Computer", album che hanno aperto strade, che hanno fatto sognare, che hanno coccolato generazioni di animi malinconici, album da pelle d'oca.
Ma "Ok Computer" e' un'altra cosa.
Esagero: "Ok Computer" e' l'album perfetto.
"Ok Computer" ha saputo parlare dell'uomo moderno, delle sue paranoie, della sua alienazione quando ancora credevamo di poter credere in qualcosa, quando ancora non ci rendevamo conto di come la grande disillusione globale ci stesse consumando da dentro.

L'idea di King Kong Radio (gli dei della musica l'abbiano in gloria!) e' coraggiosa: andare a sfiorare l'album perfetto e' un rischio che in pochi prenderebbero, ma forse infondo al cuore tutti vorrebbero trovare il coraggio di farlo, di suonare almeno una di quelle canzoni facendola propria... E' una bella sfida e dodici eroici Italiani la accettano: io, standomene non molto eroicamente seduta in poltrona dall'altra parte del mondo, lo ricevo cosi'.

Motta&Appino.
Cominciano con un arpeggio di chitarra acustica, e un'altra chitarra acustica a sostituire gli archi della melodia introduttiva; tutta l'essenza del brano e' di fatto affidato alle chitarre acustiche, a eccezion fatta del finale elettronico e sghembo. La voce di Francesco Motta, al limite del roco se paragonata a quella di Thom Yorke, si incastra perfettamente all'ambiente tra echi e ritorni.

Diodato.
Il suo e' coraggio allo stato puro, perche' suonare una cover di un brano di "Ok Computer" non e' da tutti ma ancora si puo' fare, ma "Paranoid Android"... la canzone perfetta dell'album perfetto... eppure lui riesce a non sporcarla: non so dire "farla sua" perche' conosco poco o niente della sua produzione (mea maxima culpa), ma certo la sua voce e' una lama e l'uso dell'elettronica e' sapiente, tanto da far quasi dimenticare le chitarre di Jonny Greenwood. Nel finale, quella terza parte che ogni volta e' una stretta allo stomaco, i cori sono sostituiti da un pianoforte, e il brivido non e' intaccato.

Niccolo' Fabi.
Quanti secoli sono passati da "Capelli"?, quante vite?, e io che all'epoca lo avevo preso per una meteora irrilevante (ri-mea maxima culpa)... Anche qui la cover e' acustica, ma questo e' Fabi al cento per cento, che riducendosi all'essenziale esalta la morbidezza di un brano che, per collocazione infelice (ma a qualcuno doveva pur toccare la posizione dopo "Paranoid Android"), si tende spesso a dimenticare ingiustamente.

Colapesce.
L'inizio elettronico da solo fa venire i brividi allo stomaco: la chitarra acustica non e' che un ricordo, ma paradossalmente si materializza come un'eco nell'orecchio di chi (come la sottoscritta) ha consumato il cd comprato alle superiori. I suoni sono ipnotici e ammalianti, forse giusto un po' troppo sovrapponibile all'originale, ma mica ci si sta sovrapponendo con una roba qualunque!

Dimartino&Cammarata.
Perche' c'e' bisogno di rilassarsi di tanto in tanto, e allora ci regalano una versione piano/chitarrina e poco piu', in cui anche le percussioni sono appena accennate, con le due voci che si intrecciano perfettamente per tutta la durata del brano, delicato come una piuma nel vento.

Marlene Kuntz.
Eh loro no, non possono fare una cover sovrapponibile, Marlene e' sempre alla ricerca del nuovo. E qui Marlene esplora il nuovo assoluto nella la prima meta' del brano, mentre lo riveste di essenza-Marlenica nella seconda: Marlene puo' solo snaturare, sempre senza perdere la bellezza, perche' Marlene, ricordiamolo, cerca la bellezza ovunque, anche nella sua controllata follia. Brano di difficile digestione, ma questa e' Marlene.

Spartiti.
La voce di Collini era l'unica che poteva essere presa in considerazione per questo brano; il suo inglese stentato, il suo modo inconfondibile di recitare senza apparente trasporto... Collini, l'uomo che si finge macchina, al posto di una macchina che voleva rappresentare l'uomo moderno. Se i Radiohead avessero conosciuto Collini probabilmente avrebbero affidato la parte a lui. E ho detto tutto.

Adriano Viterbini.
Se non fosse per la collocazione non avrei mai e poi mai riconosciuto il brano, tutto chitarre con un filo di overdrive che si attorcigliano al limitare del southern-rock e dell'arabesco, e una batteria appena sfiorata a dare il tempo. Gradevole in ogni dettaglio.

Iosonouncane.
Cori, cori, cori. Echi e cori. Suoni infiniti che rimbombano da tutte le parti e arrivano confusi a confondere e ipnotizzare. E la paranoia, la paura, sono amplificate allo spasmo, restituite alla loro essenza.

Nada.
La voce degli angeli per un capitolo pesante da decifrare. Ricordo (ce n'e' bisogno?) il senso del brano: c'e' un essere umano stanco della vita e di quelle immagini televisive di perfezione che svuotano l'anima, divorato la finzione del vivere, siccche' vede in un incontro a tu per tu col monossido di carbonio l'unica via d'uscita. E Nada?, Nada col suo sorriso riesce a renderlo un brano gioiso, quasi come se la risoluzione finale fosse paradossalmente il modo giusto di scoprire la felicita'. Che sia voluto o meno e' difficile a dirsi, ma tant'e'.

Cristina Dona'.
Una cover di sole voci per una delle voci piu' interessanti del panorama italico; voci che si sovrappongono una sull'altra e non c'e' bisogno di altro, voci che si attorcigliano nell'aria e liberano l'anima da ogni male. Due minuti e cinquantanove secondi che vorresti non finissero mai.

Paolo Benvegnu'.
Il gran finale non poteva che essere affidato a lui/loro, perche' in giro non c'e' niente di meglio e a quanto pare non sono l'unica a pensarlo. Ed e' anche tematicamente ovvio associare questo brano a lui/loro: rallentiamo, fermiamoci a guardare, ad assaporare, lasciamoci sorprendere da un pensiero e culliamolo qualche secondo, restituiamo valore ai momenti di silenzio immobile... dove corri imbecille?, rallenta!, respira!, torna ad essere Uomo!
La sua voce, le loro voci, l'eleganza degli arrangiamenti, i dettagli su cui soffermarsi: meraviglia, gran finale.

Difficile confrontarsi con questo gioiellino, difficile davvero. Ma che lo si ascolti ancora, ecco, che ci si innamori di nuovo, che ci si lasci trasportare e coccolare, che la dolcezza malinconica dell'originale trovi nuova vita in un mondo che non e' poi cosi' diverso da quello che era stato disegnato; un applauso, un inchino.


Lista delle tracce (serve davvero?)

Airbag - Motta&Appino
Paranoid Android - Diodato
Subterranean Homesick Alien - Niccolo' Fabi
Exit Music (for a Film) - Colapesce
Let Down - Dimartino&Cammarata
Karma Police - Marlene Kuntz
Fitter Happier - Spartiti
Electioneering - Adriano Viterbini
Climbing up the Walls - Iosonouncane
No Surprises - Nada
Lucky - Cristina Dona'
The Tourist - Paolo Benvegnu'

sabato 22 luglio 2017

Montréal

(Sedersi a pranzare con un foglio, una matita e nessuna voglia di fare i conti: ecco che succede...)

Il Quebéc non e' Canada, e' un'altra cosa, ha un altro respiro. Non e' solo una questione di lingua, e' qualcos'altro che fatico a capire ma che sento nettamente. Il loro francese e' strano, spesso non lo capisco: un autoctono con cui parlavo l'altra sera al bancone del posto dove ho cenato (dove per altro ho mangiato un francesissimo Chèvre chaud decisamente notevole) diceva che dal suo punto di vista sono i francesi ad avere un accento strano. Gia'. Storicamente sbagliato, ma che importa?
Con l'inglese e' la stessa cosa, solo che siamo tutti abituati all'accento americano: chissa', magari passando un tempo sufficiente in Quebéc potrei addirittura cercare di capire se l'evoluzione dell'accento e' simile in spirito a quella avvenuta con la lingua d'Albione. E del resto ci sara' qualche linguista che ha studiato la questione ben prima e ben piu' approfonditamente di quanto potrei mai fare io col mio orecchio e i miei pensieri sconnessi.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Dicevo che il Quebéc non e' Canada, ma non e' corretto: il Canada e' talmente vasto ed io lo conosco talmente poco che non e' giusto da parte mia lanciarmi in affermazioni cos' forti. Diciamo che il Quebéc e' profondamente diverso dall'Ontario del sud, affermazione molto piu' debole e oserei dire al limite del tautologico.
E' pur vero che i miei amici Hamiltoniani sostenevano di potersi sentire a casa in tutto il paese tranne che in Quebéc, quindi chissa'.
Quanto a me sento piu' forte il salto tra qui e l'Ontario del sud di quello che ho sentito tra l'Ontario del sud e il Grande Sud degli Stati: buffo, interessante, e' un altro fatto che vorrei capire.
Avere antenati francesi o ingelsi fa davvero cosi' tanta differenza?, il ben noto (e ingiustificato) senso di superiorita' francese e' davvero cosi' forte da sopravvivere per 200 anni a 5000 km di distanza?
Sara' che sono lontana dall'Europa da troppo tempo, ma oggi mi sembra che la somiglianza tra questi e i cugini d'oltralpe sia molto piu' forte di quella tra i nordamericani parlanti lingua inglese e i britannici. Buffo. Va detto anche che non ricordo di aver avuto la stessa sensazione quattro anni fa, durante la mia prima visita qui, ma va pur detto che all'epoca non avevo nessuna esperienza di vita nordamericana e inoltre i miei pensieri erano focalizzati su altro: oggi invece ho voglia e bisogno di guardarmi attorno e pensare.
Forse l'essere una comunita' piu' piccola rispetto a quella anglofona li ha portati ad aggrapparsi con piu' forza alle loro radici. O magari c'entra anche il fatto che il mio airbnb e' al Plateau...

Ma ecco, qui seduta in questo patio in una traversa di rue Sainte Catherine, mi guardo intorno e penso che tutto sommato potrebbe essere una traversa di Queen Street a Toronto, e a malapena noto la differenza. Cosi' come per certi versi il Plateau mi ricorda vagamente James Street North a Hamilton, solo piu' pulita e piu' viva.

Semmai dovessi tornare a casa saro' una persona diversa, una che si orienta in Citta' (maiuscola, quella), per dire. Saro' una che ha imparato il silenzio, una che ha perso il senso dell'orientamento, una che per tre anni ha dimenticato cosa vuol dire sentirsi a casa, sapersi accolti, ascoltati... non dico capiti, quello non e' possibile, l'essere umano non e' fatto per capire un altro essere umano, ma ascoltati... Saro' una che ha dimenticato (se mai lo ha saputo) come si parla, una che ha ascoltato tanto e non ha parlato mai. E chi lo sa, quandanche dovessi tornare a casa o trovarne una nuova, se tornero' a parlare. Qualcuno direbbe che non ho parlato mai e in linea di massima non avrebbe completamente torto ma ecco, diciamo pure che sono peggiorata molto.

Un uomo seduto a un tavolo qui accanto mi guarda. Non ha l'intento di approcciarmi, non e' quello sguardo li'. Mi guarda perche' mi vede sola e pensosa, con gli occhi che a tratti si alzano dal foglio per perdersi nel vuoto, e questa cosa lo incuriosisce genuinamente; magari si domanda cosa ci faccio qui, sola e pensosa, con una birra che si va scaldando al sole, una matita e un pezzo di carta.
Gia'.
Cosa ci faccio qui?
Mi sono persa e non riesco ancora a ritrovarmi.














































































...e comunque vedere un Tim Hortons sparuto sulla strada tra l'aeroporto e il centro mi ha scosso: accidenti quanto sono malinconica di questi tempi!

sabato 15 luglio 2017

Deproducers - Botanica [2017]

Sfondo di un verde chiaro e leggero, come una fogliolina giovane illuminata dal sole. In alto, al centro il numero due, al centro il titolo dell'album, scritto cosi' grande da dover essere mandato a capo, con opportuno trattino, tra la a e la enne: le lettere sono riempite con disegni di fiori, foglie, tronchi d'albero segati in modo da mostrarne le venature. Sotto, piccolo, il nome della band.

Play.

Prendete quattro giganti, metteteli in una stanza e lasciate che la magia avvenga.
E se non vi basta (del resto come potrebbe bastarvi?), fatelo una seconda volta: ecco a voi Botanica.

L'intento, a mio avviso riuscitissimo, dei Deproducers e' quello di re-insegnarci lo stupore verso la realta', dall'universo immensamente grande e lontano alla natura verde che ci circonda, stupore primordiale, vero, sincero, come quando eravamo bambini e guardavamo ad occhi spalancati le stelle di notte o le nervature delle foglie di giorno.
Il primo capitolo di questo "audiolibro" immaginifico era infatti dedicato allo spazio profondo, alle stelle, alle galassie, probabilmente la prima grande fascinazione di un essere umano nel momento in cui impara a guardare fuori e porsi domande... beh, almeno lo fu per me.
Il secondo capitolo, per l'appunto, e' dedicato alle piante, alla loro Vita imperscrutabile, al loro respiro lento e inesorabile.

A dare corpo e colore alle immagini poi, ci pensa la musica.
E che Musica!, scritta e suonata magistralmente, con eleganza: una morbida coperta da cui lasciarsi avvolgere, stordire e ipnotizzare, che i Signori Casacci, Cosma, Marock e Sinigallia (in rigoroso ordine alfabetico) ne sanno piu' di qualcosa su come ammaliare con suoni, ritmi, armonie.

Ecco, giusto un appunto, piu' che "musica da conferenza" come ho letto da qualche parte, vatti a ricordare dove, piuttosto direi "musica da documentario", non per sminuirne l'esattezza scientifica, sia chiaro, ma una conferenza sarebbe troppo tecnica perche' dei non-specialisti come me possano apprezzarne la bellezza, o stupirsene.
Di fatti lo scienziato da ringraziare questa volta e' Stefano Mancuso, che oltre ad essere (leggo in rete) il fondatore della controversa neurobiologia vegetale e' anche un abile TED-talker, perfettamente in grado quindi di comunicare con dei non addetti e farli pensare.

Ma se al primo ascolto ci si sofferma sulla musica, al secondo sui dati scientifici e al terzo sulle loro implicazioni, poi al quarto si ritorna in se stessi e dal quinto in avanti e' di nuovo la Musica, viene da dire scientificamente esatta, ad occupare la nostra attenzione e a farci sognare.

A rischio di ripetermi...
...2017, ottima annata almeno da quel lato dell'Atlantico.


Lista delle tracce

Pianeta verde
Dendrocronologia
Fotosintesi
Radici
Natura psicoattiva
Societa' vegetale
Global seed vault
Sviluppo di un fiore
Vegetazione modulare
Disboscamento
Botanica

lunedì 26 giugno 2017

Paolo Bevengnu' @ Biblioteca Lazzerini - Prato

20 giugno 2017

Zurigo, Barcellona, Sardegna, un rapido passaggio per Roma tra un volo e l'altro: una tournee Europea piuttosto faticosa. Il passaggio per Roma tra Barcellona e la Sardegna e' stato il piu' lungo, ben cinque giorni, un'immensita'.
E poi.
E poi sono venuta a sapere che Benvegnu', dopo l'interruzione forzata avvenuta a fine aprile, riprendera' la sua tournee in giro per lo Stivale proprio durante quei cinque giorni. E non importa dove si tenga questo concerto, non importa neanche che io debba fare un seminario a Torvergata il pomeriggio dello stesso giorno: l'idea di prendere un treno per andarlo a sentire si era affacciato subito alla mente, e la brevissima conversazione di domenica sera mi ha convinta definitivamente.

Un concerto di Benvegnu' e' per me un viaggio nell'anima che va ben oltre la musica. C'e' una sola persona al mondo con cui vorrei tentare di condividere quest'esperienza, ma un volo al mattino dopo rende impossibile la sua presenza: pazienza, sara' per la prossima volta.
Cosi', anche oggi, parto sola.

Un breve scambio di messaggi con l'ottimo Andrea (che si', a questo punto considero un amico) e rimedio un ostello e un invito a cena con il gruppo.
E' quindi con emozione infinita che salgo sul frecciargento in direzione Firenze; l'orrido treno arrivera' in ritardo anche questa volta (che sia una maledizione?) ma da Firenze a Prato i regionali sono frequentissimi e quantomeno non devo prendere un taxi: mi basta aspettare un po', giusto dispiaciuta per il ritardo di venti minuti sulla mia personale tabella di marcia e, soprattutto, sperando di non crear problemi.

Arrivo all'osteria e Andrea e' fuori che mi aspetta, gli altri sono dentro insieme ad un paio di loro amici: uno poi scopriro' essere il fotografo della serata, l'altro e' M., un carissimo amico di Andrea. Tutti mi salutano con caloroso affetto, con baci e abbracci come si fa con gli amici.
Mi sento un po' un'adolescente imbecille ad emozionarmi cosi', ma cerco di non darlo a vedere.
Hanno finito di mangiare e mi sento fortemente in imbarazzo, ma si impegnano molto per farmi sentire a mio agio, Andrea ordina altri tortelli (spettacolari!) e mi fanno un po' compagnia; poi, uno alla volta, la banda si alza per andare a preparare gli ultimi dettagli per la serata, io finisco il pasto e M. mi accompagna all'ostello per fare il check-in e lasciare lo zaino.
Pochi minuti e sono di nuovo in strada, aiutata da Mr. Google (il savio gentil che tutto seppe) a trovare la strada verso la biblioteca.

Lo spazio designato per il concerto e' all'aperto, il palco e' allestito, ci sono sedie ordinate all'uopo, tutte occupate; prendo posto in piedi su un lato. Sulla parete diametralmente opposta rispetto alla mia posizione troneggia un enorme striscione rosso con la scritta "Tu sei un filo passato attraverso la cruna di un ago. Tu sei una trama di momenti accumulati che si ammassa in giorni, notti e anni. Tu sei un rotolo di tela teso dalla nascita alla morte. Tu sei fasciato come un neonato, vestito come una stella e avvolto come un cadavere". Gente interessante da queste parti.
Il tutto mi fa pensare a una situazione casereccia, al limite del familiare: ci sara' di che godere.

Entrano in scena, lui/loro/lui.
Salgono su palco e senza dire una parola parte il fischio iniziale di "Victor Neuer" (piu' nuovo del signor Uomonuovo) e l'incipit e' cantato senza arpeggio, che entrera' solo sulla seconda meta' della prima strofa; e' una dichiarazione di intenti: il moderno Ulisse sta per mettersi(ci) in viaggio, e la sua voce ci prende per mano con garbo, quasi chiedendoci di affidarci a lui. L'arpeggio di Andrea e' bellissimo ma ahime' sono troppo lontana per riuscire a studiarlo con l'attenzione che vorrei.
Poi "Nello spazio profondo" col suo ritmo incalzante, e nonostante il caldo mi trovo per un attimo immersa nella neve di Hamilton, all'incrocio tra Queen e King, nel silenzio, e inizia ad affiorare una sensazione che focalizzero' piano piano durante la serata: il fatto e' che quest'anno il cambiamento in me e' stato reale, ho solo un ricordo nebbioso di cio' che e' stato, e mi appare come una pausa dalla vita, una storia vissuta da un'altra persona, e questo pensiero mi tira fuori un sorriso nuovo.
Segue "Suggestionabili" in versione superrock, che invece sento ancora mia, perche' ancora mi ostino a cercare di capire questo puzzle che in quasi trentaquattro anni non sono mai riuscita a risolvere. Non arriva potente come fu un anno e mezzo fa, ma certo fa venire la pelle d'oca.
E' la volta di "Goodbye planet Earth", con gli splendidi bassi saltellanti di Luca e quella pronuncia forse volutamente sbagliata da far sembrare si tratti di un addio al cuore. E sono io tre anni fa, quando ho salutato quello che era il mio mondo per sfuggire a me stessa; la sensazione pero' non e' di malinconia ma piuttosto di dolcezza nei confronti della me del passato, la me contro cui ho lottato violentemente e che adesso sta forse trovando una pace insperata.
Ci attaccano direttamente "Olovisione in parte terza", con le dita infuocate di Marco che accarezzano la tastiera e le mie orecchie, e capisco che H3+ sara' suonato in ordine, eventualmente saltando qualche brano come e' accaduto con "Macchine"... speravo si sentirla stasera... ok, next time.
E' la volta di "Una nuova innocenza" e penso che adesso il Nostro una figlia ce l'ha davvero e boh?, forse e' solo suggestione, ma nei suoi occhi mi pare di vedere una luce diversa, un senso di benessere che forse non credeva sarebbe prima o poi arrivato. Il finale che ci regalano e' supersonico e mi stringe le budella.
Alla fine del brano una piccola pausa per ringraziare il pubblico e dire due parole. Questo e' il primo concerto vero e proprio dopo Bologna (i tre pezzi suonati l'altra sera a Roma non valgono) e se ne percepisce l'emozione fortissima, la voce che trema: oltretutto Andrea e' di qui, Benvegnu' ha vissuto qui, gli altri sono comunque di zona, qui si gioca in casa, e giocare in casa e' sempre piu' difficile. Ringrazia dunque, e presenta l'ultimo brano, sostenendo di aver trovato ispirazione in alcuni dei presenti...
...e parte "Se questo sono io", che suona inizialmente da solo, con la fida jazzmaster ad accarezzare la sua voce calda e bellissima, per poi lasciar riempire il tutto dal resto del gruppo.
E no Signor Benvegnu' dai, non prendermi in giro, non stai parlando di me, non fare il furbo, non e' vero, non ci credero' mai! Non e' vero che parli di me, di come tre anni fa ho varcato un oceano sperando di ricominciare, di come ho avuto troppa fretta e mi sono persa sempre, di come ho bruciato due anni di vita, di come ho deliberatamente ignorato i miei fantasmi negli inverni Hamiltoniani convinta che bastasse prendere un aereo per rinascere, di come ho pensato troppo presto di avercela fatta, di come ho giocato alla spavalda e mi sono frantumata le gengive. E non sai che in tutto questo contorcimento la tua voce mi ha camminato a fianco tante di quelle volte che quasi ti considero uno di casa: eri li' nella neve, nell'inverno, alla stazione di Toronto, eri li' quelle rare volte in cui ho potuto mettere i piedi nell'oceano...
Due ragazze accanto a me chiacchierano indifferenti; io, stordita, mi domando cosa ci vengano a fare a un concerto se poi devono parlare tutto il tempo, vorrei trovare il coraggio di zittirle ma non ne sono capace e mi limito a fare un paio di passi indietro per allontanarmi dal loro chiacchiericcio.
Come da disco segue "Quattrocentoquattromila", che dal vivo e' piu' entusiasmante che mai e mi strappa un sorriso d'ammirazione; questi musicisti sono dei giganti!, il finale, prolungato fino allo spasmo, non lascia scampo.
E di nuovo, come da disco, segue "Boxes" con la sua cadenza al limitare del blues, il cuore che batte a tempo con i colpi magistrali e potenti di Ciro, le pareti attorno che vibrano, le stelle lassu' che ci guardano: e' un brano molto intenso e Benvegnu' questa sera lo interpreta quasi da attore.
Poi "Avanzate, ascoltate", e di nuovo quella bella sensazione di prima mi assale. Un anno e mezzo fa mi erano bastate poche note per essere catapultata nel passato. Oggi il pensiero va al mio salotto ad Atlanta, alla mia dolce Ofelia che mi aspetta in finestra, al mio pianoforte, silenzioso da settimane, su cui prima di partire provavo ad imparare a suonare questo brano perche' avevo la sensazione che non fosse poi cosi' difficile, che l'avrei potuto fare; solo in un secondo momento realizzo l'essenza profonda del cambiamento avvenuto, e questa chiarezza addolcisce i miei pensieri che si posano, quasi senza che me ne accorga, su di un cappello da pompiere.
E' il turno di "Slow parsec slow" e della sua pace salvifica, a cornice perfetta del mio flusso di coscienza. Il NuovoMondo, il mio mondo nuovo, la luce del Grande Sud che scalda il cuore... ed e' gioia pura, indescrivibile.
L'ultimo brano prima della pausa e' "Il mare bellissimo", un viaggio senza destinazione in cui perdersi, dietro note, e ritmi, e meraviglia, e pensieri, e sensazioni, e le curvature del ghiaccio (gniiiiiiiick!, genio chiunque di voi abbia pensato di mettere li' quel fischio: ogni volta che arrivo a quel punto penso che si', e' proprio il suono del ghiaccio).

Pausa, brevissima.

Tornano in scena e Benvegnu' presenta, con voce lievemente tremante dall'emozione, il brano con cui apriranno l'encore: e' "The tourist" nella versione da pelle d'oca che ho avuto il piacere di ascoltare solo due giorni fa, e che a differenza della versione registrata in KO Computer comincia, stasera come domenica sera, con il ritornello cantato a cappella da Benvegnu', Andrea e Luca. Bellissimo!
Segue "Andromeda Maria", suonata essenzialmente in solitaria, giusto con un morbido tappeto disegnato appena da Ciro, Luca (ai synth, o cosa?, non vedo...) e Marco. Mi sembra di sentirla oggi per la prima volta, ha un calore incredibile, dolcissimo, da piangere.
Torna in scena anche Andrea, Luca torna al basso e ci regalano una versione molto potente di "Solo io e il mio amore" e il suo schiaffo agli indifferenti, ai codardi, agli ipocriti. Alcuni di quelli accanto a me muovono la testa a ritmo, altri accennano un ballo. Io guardo le stelle e mi lascio emozionare.
Siamo al gran finale, "Cerchi nell'acqua" e il suo invito a continuare ad andare sempre avanti, a camminare, a fermarsi quando serve, per respirare, per pensare, per soffermarsi sulle cose belle, e poi proseguire, ancora e ancora, fino alla fine.
Ma no, non era l'ultima, con l'uscita di H3+ il finale non puo' che essere affidato a "No drinks, no food", alla sua armonia degregoriana, al benessere che emana, alla sua dolcezza che e' pace, pace, pace. Chiudo gli occhi, respiro e mentalmente li ringrazio, uno per uno, per questo bel regalo che mi hanno fatto in occasione del mio n-simo giro di boa europeo.
Tre inchini, saluti, ed escono di scena.

Ma il pubblico ne vuole ancora, li richiama a gran voce, cosi' escono, sorridenti, e ci regalano una dolcissima versione di "Hurt" dei Nine Inch Nails che mette i brividi. Tutto il pubblico si e' alzato e avvicinato al palco e io, per vedere qualcosa, salgo in piedi su una panchina di pietra.
Gran finale, non c'e' che dire.
Di nuovo tre inchini, saluti, buio.
Stavolta e' finito davvero.

Li aspetto per salutarli, ringraziarli, complimentarmi.
Un abbraccio ciascuno, un ringraziamento ciascuno, compro anche una maglietta con il 'tian' di H3+ disegnato sopra.

Andrea mi chiede di aspettarlo. Andremo poi a bere sangria con alcuni suoi amici sulla splendida terrazza di una sua amica, un piccolo angolo di paradiso in centro a Prato.
Chiacchiereremo, stringero' nuove amicizie, addirittura cantero' sottovoce "Il mare verticale" e "Smells like teen spirit" accompagnata da Andrea alla chitarra classica.
Avro' occasione di conoscere persone deliziose che spero di rincontrare prima o poi.
Tornero' all'ostello tardissimo, stanca morta, ma felice come una bambina.

Al mattino dopo ho appuntamento in piazza con Andrea per fare colazione assieme.
Vuole coinvolgermi nel suo nuovo disco, per questo aveva tanta voglia di parlarmene: la cosa mi onora a tal punto che, nonostante io dubiti di poter fare davvero qualcosa di buono, accetto la sfida e decido di tentare.
Ascoltero' i provini sul treno verso casa e... beh, se questi sono solo provini non oso immaginare che meraviglia sara' il prodotto finale... e' deciso: mi lancio, e poi vedremo se ne uscira' qualcosa.

E cosi', ancora una volta, grazie.
Grazie amici, grazie, grazie, grazie.

venerdì 23 giugno 2017

KO Computer @ Ex Dogana - Roma

18 giugno 2017

Feisbuc, mostro a sette teste, orrido prosciugatore di umanita', io ti benedico.
Ti benedico perche' conosci i miei gusti musicali, sai ogni giorno in quale angolo di mondo io mi trovi (o mi trovero') e per conseguenza mi fai sapere chi suonera' (o suonera') in un intorno ragionevolmente piccolo della mia persona.

La compilazione "KO computer", per chi non lo sapesse, e' un omaggio di King Kong radio al disco dei Radiohead che scosse il mondo musicale esattamente vent'anni fa; oggi, in occasione del suo compleanno, undici artisti italiani, ne reinterpretano un brano a testa: parliamo di brani schifosamente belli, reinterpretarli e' una gran sfida, ma l'operazione a me pare abbastanza riuscita, del resto la musica italica gode di ottima salute, checche' se ne dica.
Per chi fosse interessato si puo' ascoltare e/o scaricare il tutto da qui.

Due giorni dopo l'uscita della compilazione, King Kong radio organizza in quel di Roma una serata (gratuita) a tema, da principio sperando di avere tutti i musicisti, in seconda battuta accontentandosi essenzialmente della meta', perche' e' estate, perche' ci sono tour da fare, perche' la gente va in vacanza, anche i musicisti. Ma anche avere mezzo disco e' un bel lusso in casi come questo.

Chiamo un caro amico, uno che so potrebbe apprezzare cose come questa, uno dei due che vennero qui, per capirci: decisione dell'ultimo secondo, si va.

Il posto e' carino, siamo in un cortile, c'e' un bar con tavoli e sedie, un biliardino, dei tavoli da ping pong, il palco e' allestito su una specie di balaustra: tutto l'ambiente e' delizioso.
Col mio amico ci sediamo, ci beviamo un paio di birre piccole, chiacchieriamo raccontandoci le rispettive vite come facciamo ogni volta che passo per la capitale.
Sono belli gli amici cosi': durante la mia vita dall'altro lato dell'Atlantico non ci sentiamo praticamente mai, eppure quando sono dentro il raccordo, che sia passato un giorno, un mese, un anno, riprendiamo sempre dallo stesso punto.
Sono fortunata ad avere amici cosi'.

Quando lo spettacolo sta per cominciare ci dirigiamo verso il palco e rimediamo senza troppo sforzo un dignitosissimo posto in quarta fila.

Spengono le luci, accendono i riflettori, la presentatrice sale sul palco e, dopo averci detto quali sono i grandi assenti della serata, fa partire la registrazione di "Airbag" reinterpretata da Motta e Appino: discreto inizio per scaldare gli animi.

Finito il brano invita Diodato (che nella mia ignoranza non avevo mai sentito nominare) a salire sul palco per la sua versione di "Paranoid Android".
Ora.
"Paranoid Android" e' una delle canzoni piu' belle della storia del rock.
Posso dire 'la piu' bella?', non lo so, forse si'.
"Paranoid Android" e' la canzone che vorrei aver scritto io se fossi musicista.
Ci vuole un coraggio estremo per reinterpretare un brano cosi': toccarlo, scalfirlo... sembra un orrido sacrilegio... e nessuna versione potrebbe rendere giustizia all'originale a meno di esservi essenzialmente fedele. O almeno questo credevo.
Diodato riesce nell'impossibile con discreta eleganza guadagnandosi per sempre la mia ammirazione.
Poi gli viene chiesto di suonare un suo brano: mi appunto mentalmente di comprare un CD prima della partenza per le americhe o di farmene spedire uno da amazon.

I grandi assenti sono parecchi e si passa direttamente a "Karma Police", che nella compilazione e' reinterpretata in versione puramente elettronica dalla bella Marlene ma che oggi, causa vacanza, ci viene proposta in chiave acustica dal solo Godano: peccato per l'assenza del Maestro-Tesio, ma anche Godano da solo con una chitarra acustica, in barba al suo polso destro rigido come marmo, riesce a far venire la pelle d'oca.
Dopo "Karma Police", dovendo scegliere un suo brano da regalarci, ci suona "Nuotando nell'aria" e li' io (che sono io) inevitabilmente mi ritrovo a canticchiare il riff della chitarra mancante, che il mio orecchio ne soffre un poco l'assenza.

Poi tocca a "Fitter happier" in un'incredibile versione di Spartiti col testo tradotto in italiano, che solo Max Collini poteva rendere umana quella voce metallica senza snaturarne l'essenza.
Dal loro repertorio ci regalano "Sendero Luminoso" e vedo il mio amico ridere di gusto: ricordo il mio primo impatto con gli Offlaga Disco Pax (un sospiro a Enrico Fontanelli) e immagino che all'epoca anche io avessi la stessa espressione compiaciuta, che noi vecchi pseudocomunisti disillusi abbiamo quantomeno imparato a riderci su.

Poi Nada. Splendida, sorridente, luminosa. Nada e una "No surprises" dolcissima che poco o nulla ha da invidiare all'originale, e noi li', con la pelle d'oca, immobilizzati.
Quando e' il suo turno di scegliere un brano dei suoi, ci confessa "Questa l'avevo pensata a cappella ed e' cosi' che ve la voglio proporre stasera", e incredibilmente canta "All'aria aperta", lasciandoci tutti a bocca aperta, innamorati di quegli occhi da eterna bambina cresciuta.

Il gran finale e' affidato a Benvegnu', che voi (ma voi chi?) lo sapete, e' ultimamente il mio preferito al mondo.
Suona "The tourist", che se qualcuno doveva suonarla mi riesce difficile pensare ad altri, e l'attacco a tre voci con Luca e Andrea lascia senza fiato.
Quanto al suo repertorio ci propone "No drinks no food" e io, immancabilmente, mi ritrovo con gli occhi lucidi in un perverso gioco di specchi uno dentro l'altro, al ricordo di quando lo ascoltavo e ricordavo quando ero altrove e ricordavo altre memorie, e sorridevo al pensiero di me cosi' arrotolata.
Alla fine del brano la presentatrice di King Kong radio gli chiede si suonare un altro pezzo. "Vecchio o nuovo?" chiede, dal pubblico in molti rispondono "Vecchio!", io provo a dire "Nuovo!" ma sono probabilmente l'unica.
Vedo Franchi rivolgersi a Benvegnu' e chiedere "Paolo, che si fa?"; non vedo la risposta, non so cosa faranno, ma non fa nessuna differenza, mi giro verso l'amico che e' con me e dichiaro "Questa colpisce al cuore"; lui domanda "La conosci?"; rispondo "Si', ma non so quale sara'".
Parte "Cerchi nell'acqua". Certo, un brano da fine concerto, il messaggio positivo con cui si saluta.
Sorrido.

Il mio amico torna a casa, io invece voglio salutare Andrea, che da quella notte e' diventato quasi un amico: e' un onore immenso per me poter dire che anche lui mi considera quasi un'amica.
Lo avevo avvisato che ci sarei stata e lui mi ha portato dei cantuccini da Prato che assaggio (e godo) immediatamente, ma che decido di conservare gelosamente per il rientro nelle Americhe, per condividerli con qualcuno che abbia voglia di meritarseli (se mi leggi: altri sacrifici...).
Chiacchieriamo, mi dice di avere un nuovo album in cantiere ma lo fermo: non voglio sapere niente, non voglio rovinarmi il gusto della sorpresa quando lo ascoltero' per la prima volta.
Baci e abbracci anche con Luca, Ciro e Marco: scatta anche una sfida a biliardino Andrea/io vs Ciro/Luca, che finisce in un onorabile pareggio.
Anche Paolo mi vede, mi sorride, mi si avvicina, mi saluta.
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.